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Ramiè

Il Ramiè

Il Ramiè è una pianta della famiglia delle urticacee, che ha origine in Asia dove è usata anche a scopo ornamentale. È una specie che se lasciata crescere senza cura, tende a colonizzare aree molto vaste. L’altezza di queste piante varia da 1 a 2,5 metri; le foglie sono a forma di cuore con misure che vanno dai 7 ai 12 cm di larghezza per circa 15 di lunghezza. La parte inferiore è di colore bianco ed ha una folta peluria. Vista la velocità con cui cresce, si possono fare anche 4 raccolti all’anno. Ci sono due varietà: quello bianco che è coltivato in Cina e quello verde che viene dalla Malesia. I più grandi produttori al mondo sono la Cina, la Corea, Taiwan, le Filippine ed il Brasile

ramiè(Ramiè bianco)

Un po’ di storia

Il Ramiè è una fibra usata fin dai tempi più remoti, in modo particolare in estremo oriente. Pare che i cinesi la usassero ben prima che il cotone fosse introdotto in Asia. Anche in Egitto, già nel 5000 a. C. questa fibra, dalla lucentezza serica e dall’incredibile resistenza all’attacco di batteri, vermi e muffe, era usata per fare gli abiti delle mummie. I reperti archeologici hanno dato prova delle doti di questo materiale; infatti queste vesti sono arrivate intatte fino ai giorni nostri! Il suo nome pare che derivi dalla parola Rameh, con la quale gli indigeni delle isole della Sonda chiamano questa pianta.

(Isole della Sonda)

Arrivò per la prima volta in Europa nel 1753, per la precisione a Lipsia. Si fecero molti tentativi di acclimatazione in Francia, Germania e Olanda. I risultati, per via della poca resistenza della pianta ai rigori dell’inverno furono scarsi. In America le prime colture di ramié, si ebbero in Florida nel 1855, e poi in Messico.

Le qualità e usi del Ramiè

Questa fibra si ottiene dalla corteccia della Boehmeria nivea dopo un lungo e costoso ciclo di estrazione. Le fibre di ramiè sono ricche di cellulosa e sono molto lunghe (12 cm); sono lucenti e di colore avorio, tali da conferire loro il nome si seta vegetale. Come già detto, resistono bene all’attacco di muffe, batteri e vermi e sono molto assorbenti e fresche. Inoltre sono facili da sbiancare e reggono bene le alte temperature. Per di più il ramiè non si ritira al lavaggio, ed è molto tenace quando è bagnato. Grazie a queste doti è ideale per essere mischiato con altre fibre quali il cotone e la lana.

Come per tutte le cose, è ovvio che ci siano anche dei lati negativi; infatti il ramiè è poco elastico, si raggrinza con facilità come il lino ed in ultimo non resiste un gran che all’abrasione. Tra i molti impieghi ricordiamo la produzione di tovaglie,  di reti da pesca,  di fazzoletti e di abiti estivi. Per finire si usa anche per fare carte valori e cappelli estivi.

(Fibra di ramiè)

Le colture in Italia

Il primo tentativo di coltivare il ramiè in Italia, avviene nel 1786 vicino a Bologna, ma senza successo. La coltura riprende in Sicilia dopo un lungo periodo di stallo. La possibilità di introdurre il ramiè in Europa era legata all’uso industriale della fibra, sconosciuta fino al 1800. All’inizio del XX secolo, ci furono molte iniziative in Germania prima e poi in Francia, in Austria ed in Italia per la messa a punto di un processo industriale in grado di estrarre e di lavorare la fibra. A questo periodo di euforia seguì un lungo periodo di abbandono della coltura, ripresa poi nel primo dopoguerra.

Come si ottiene il Ramiè

La prima fase da svolgere è la decorticazione della pianta, che deve essere fatta a mano. Una volta ottenute le fibre grezze, si passa al lavaggio. Poi bisogna essiccare il tutto per togliere le parti gommose tramite reagenti chimici. Questa fase, di fatto purifica le fibre e alza i valori di cellulosa fino al 95%. A questo punto si passa alla filatura che è molto difficile per via della fragilità del ramiè. Anche la tintura non è semplice per la scarsa propensione ad assorbire il colore; è pur vero però, che una volta tinti, i colori dei tessuti in ramiè sono molto solidi e danno modo di smacchiare i capi senza problemi.

In ambito ecologico, va detto che di questa pianta non si butta nulla. Se è vero che dalla corteccia si ottiene la fibra tessile, dal suo interno che è ricco di cellulosa, si fanno carte di gran pregio; le foglie invece sono usate come alimento in ambito zootecnico per via delle loro doti nutrizionali che sono molto simili a quelle dell’erba medica.

ramiè(Lavorazione del Ramiè)

La moda

Il ramiè è poco usato nel mondo della moda a causa del suo costo elevato. Di fatto è più facile trovarlo miscelato con la viscosa, il lino o la canapa dove nobilita queste fibre; infatti le rende più luminose e soffici nonché più stabili al lavaggio. Solo pochi brand hanno nelle loro collezioni il puro ramiè; i capi più comuni sono le sciarpe, le camicie ed i pantaloni. Si tratta però di una piccola nicchia di mercato. L’impiego più grande di questa fibra è nel settore degli arredi; infatti la produzione si concentra tra tovaglie, federe e coperte.

ramiè(Tessuti in ramiè)

 

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Bambù

Il Bambù

Il bambù è una pianta che ha origine in Asia, ma si trova anche in America, in certe zone dell’Africa ed in Oceania. In Europa non ci sono specie spontanee di questa pianta, ma solo di importazione; dalle nostre parti è usato come pianta da giardino. È una specie infestante che se lasciata crescere senza cura, tende a occupare vaste aree. Queste piante sempreverdi sono molto forti e possono essere alte da pochi centimetri fino a notevoli altezze; infatti arrivano anche a 40 metri e con un diametro del fusto di 30 cm.

Un po’ di storia

Il bambù ha un legno cavo che è leggero e molto tenace, per questo motivo è impiegato da secoli per gli usi più disparati. Già nel Duecento, in Cina, come si legge nel Milione di Marco Polo, lo si usava per fare delle funi molto robuste con cui costruire i ponti o le gomene per l’ormeggio delle navi. L’esempio più eclatante che prova la grandi doti di questo materiale è il ponte sospeso sul fiume Min che ha collegato le due sponde per più di 1700 anni (fino al 2008).

Nella provincia del Sichuan, i tronchi di bambù sono stati usati per fare le condotte che irrigavano le colture di riso in un’area di oltre 5000 km². Sempre nella stessa zona, i tubi che portavano il gas naturale alle case dei villaggi, erano anch’esse fatte in bambù. In tempi più recenti, il bambù è stato usato per fare delle trappole mortali durante la guerra del Vietnam, oppure per costruire vele intrecciando le fibre e per finire per fare della carta.

(Trappola punji – guerra del Vietnam)

Le qualità e usi del Bambù

Grazie alla sua enorme resistenza meccanica sia alla compressione che alla trazione Il bambù si è meritato il nome di “acciaio vegetale”. Nel mondo dell’ingegneria, il bambù è usato come materiale da costruzione; infatti nelle zone dove questa pianta è diffusa, lo si usa al posto del calcestruzzo, dell’acciaio e del legno. Possiamo parlare dell’ingegneria del bambù, dove questa pianta è usata sia in modo naturale per fare pilastri e travi, oppure facendo dei prodotti come dei lamellari di bambù o dei compositi che sono dei materiali molto resistenti che si prestano a svariati usi. In molte aree della Cina, il bambù è tutt’ora usato per i ponteggi edili.

bambù(Bambù gigante)

I germogli del Bambù sono da sempre un ottimo alimento; in più, dalla fermentazione delle foglie si ottengono bevande alcoliche. Le canne sono ancora oggi usate in Cina per far fermentare il vino, mentre In Thailandia viene mangiata l’intera pianta. Nella zona del Guandong, nel sud della Cina, la varietà Pseudosasa amabilis, è usata per fare le canne per la pesca a mosca. Il bambù gigante ha diversi impieghi, fra cui la produzione di strumenti musicali, come flauti shakuachi o didgeridoo e per fare gli archi giapponesi usati nella disciplina del Kyudo. L’artista afghano Massoud Hassani ha usato il bambù per la sua opera Mine Kafon che è stata esposta al MOMA di New York.

bambù(Germogli per uso alimentare)

Il Bambù ed il mito

La longevità del bambù è per i cinesi un simbolo di lunga vita, mentre in India è un simbolo di amicizia. Poiché fiorisce di rado, l’evento è visto come un segno dell’arrivo di una carestia alimentare. Questa credenza è dovuta al fatto che i topi si nutrono dei fiori caduti; di conseguenza, moltiplicandosi a dismisura mettono a rischio gran parte dei raccolti. La fioritura più recente è avvenuta nel maggio del 2006. Pare che il bambù fiorisca in questo modo soltanto ogni 50 anni.

Diverse culture asiatiche, credono che l’uomo discenda da uno stelo di bambù. Nelle filippine, la leggenda narra che il primo uomo e la prima donna ebbero origine dall’apertura di un germoglio di questa pianta, emerso su un’isola creata dallo scontro tra il cielo e l’oceano. In Giappone, i monasteri scintoisti sono spesso circondati da una piccola foresta di bambù, che rappresenta una barriera sacra contro il male.

La moda

La fibra tessile di bambù si ricava dallo stelo tramite un processo di idrolisi alcalina e sbiancamento. Le analisi di laboratorio hanno messo in luce che questa fibra è molto simile alla viscosa, con cui condivide la stessa stabilità e durata. Il tessuto in questa fibra, grazie alle sue qualità, è indicato per stare a contatto con la pelle. Per le sue doti antibatteriche e la grande capacità assorbente, è ideale per l’abbigliamento e per la biancheria intima.

Grazie alla presenza di molte cavità che trattengono l’aria, i capi fatti in questa fibra sono molto traspiranti ed in grado di assorbire umidità e sudore. Infatti, rispetto al cotone, il bambù è tre volte più traspirante; ne consegue una maggiore freschezza e assenza di cattivi odori. Il suo utilizzo è ideale per la biancheria da letto poiché la sua azione anti tarmica e anti acaro fa sì che il 95% di questi parassiti muoia nel giro di 24 ore.

 

 

 

 

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Micromodal

Il Micromodal

il micromodal è una fibra artificiale molto sottile che si ricava dalla cellulosa; è 40 volte più fine di un capello e 10.000 metri di questa fibra pesano meno di 1 gr. I tessuti fatti in micromodal hanno qualità di gran lunga superiori al cotone; sono più forti e non si sfibrano, inoltre si ritirano meno e hanno colori molto più solidi e brillanti. Al tatto sono lisci, luminosi e soffici e se lavati in acqua ad alto tenore di calcare, sono più restii a trattenerlo tra le fibre; di conseguenza conservano la loro naturale morbidezza.

I tessuti in micromodal si lavano e si stirano come il cotone. Un’altra dote degna di nota, è la loro capacità di assorbire la traspirazione del corpo; infatti questa fibra è circa il 50% più igroscopica, per unità di volume rispetto al cotone; in più è per natura anallergica, proprio come il cotone; quindi se ne fa un largo uso per gli indumenti e per i tessuti per il bagno e per la casa.

micromodal

Un po’di storia

Il micromodal è un brevetto della società austriaca Lenzing, che da sempre produce la miglior fibra disponibile sul mercato. Questa azienda, usa solo polpa di legno di faggio che arriva da foreste sostenibili, cosa molto importante per l’ambiente; in più tutti i trattamenti sono fatti in modo eco-friendly, tanto è vero che le è stato assegnato il premio Eco-Label Europeo. Le origini di questa fibra risalgono agli anni ’60, (Viscosa o Rayon). Negli anni si sono ulteriormente affinate le tecniche di produzione, fino ad arrivare all’eccellenza odierna che esalta ancora di più le doti naturali di questa fibra.

L’impiego

L’uso primario di questo materiale è nel mondo dell’intimo, sia da uomo che da donna. I capi fatti in micromodal sono leggeri, soffici e molto gradevoli al tatto; non danno allergie e sono comodi sia in estate che in inverno. Questo è dovuto al fatto che il filo di micromodal è fatto da una miriade di microfibre, che trattengono aria, che funge da isolante, sia contro il caldo che contro il freddo. Nell’intimo, il micromodal è spesso elasticizzato con dell’elastam in misura del 6/10%; questo rende il tessuto molto più resistente e stabile ai lavaggi e migliora di molto le doti di vestibilità e confort. Sempre nel settore della moda, il micromodal è unito alla lana o al cotone per migliorare la mano e la durata di queste due fibre naturali.

Modal e Micromodal

Il Modal ed il Micromodal sono di fatto la stessa fibra, che si ricava nello stesso modo e dalla stessa base (polpa di legno di faggio). L’unica differenza che si rileva tra i due materiali, sta nelle dimensioni. La fibra di Micromodal è più sottile e molto più leggera rispetto a quella di Modal. La sua dimensione è pari a circa 6 micron; per questo motivo il Micromodal rientra nella categoria delle microfibre. Questa qualità, fa sì che il tessuto in Micromodal, nonostante abbia una trama molto più fitta, riesca ad avere lo stessa capacità di traspirare del Modal.

 

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Viscosa

Viscosa – La seta artificiale

La viscosa o seta artificiale, è una fibra ottenuta dalla cellulosa. È bene fare subito una precisazione tra artificiale e sintetico, visto che spesso si tende a confondere questi due termini.

Artificiale: Si ottiene con l’artificio dell’uomo, ovvero si parte da un prodotto che c’è in natura e si ottiene un nuovo prodotto; nel caso della viscosa si parte dalla cellulosa (polpa di legno o linters di cotone). Il risultato è simile alle fibre naturali; inoltre è da sfatare il mito che queste fibre siano origine di cattivi odori, causino problemi di salute e non siano confortevoli. Niente di tutto ciò è vero, anzi, la viscosa, proprio per le sue qualità, si può considerare un tessuto che non dà allergie.

Sintetico: Si ottiene da polimeri diversi che derivano da sintesi chimiche. In queste fibre non si parte da una base naturale ma da composti chimici ottenuti in laboratorio.

Per ottenere la viscosa, si parte dalla cellulosa e la si tratta con una soluzione di soda caustica, poi si aggiunge del solfuro di carbonio. Il prodotto che ne deriva, è quindi trattato con della soda caustica. Si ottiene una soluzione colloidale che è poi estrusa in sottili fili. il passaggio successivo è quello di avvolgere questi fili su una rocca, pronti per essere lavati e asciugati.

viscosa

Un po’ di storia

La viscosa fu inventata nel 1883 dal chimico francese conte Hilaire Bernigaud de Chardonnet, che la presentò all’Esposizione Internazionale di Parigi nel 1891. Il brevetto per la sua produzione in scala industriale fu fatto nel 1902 dai chimici inglesi Charles CrossEdward Bevan e Clayton Beadle. Nel 1906 il brevetto fu ceduto a Samuel Courtauld, che iniziò la produzione della viscosa su vasta scala. Il suo primo nome fu “seta artificiale” poi nel 1924 fu chiamata Rayon. il nome viscosa deriva dal fatto che, allo stato liquido, questo materiale è molto fluido, ovvero è viscoso.

rocche di viscosa

Impiego della viscosa

la viscosa è una delle fibre più usate nel mondo della moda, per via del suo pregio e delle sue doti di che la rendono ideale per fare capi di qualità molto confortevoli. Infatti la viscosa è molto resistente ai lavaggi, non si deforma, traspira in modo perfetto, non lascia cattivi odori e non crea nessun tipo di allergia alla pelle. I capi fatti con questo materiale spaziano dall’abbigliamento esterno ai capi di intimo. In questo caso, la viscosa è spesso mischiata con l’elastam in percentuali che variano dal 6 al 10%. Questo passaggio aumenta le doti di vestibilità e confort del tessuto. Grazie al fatto che non si stropiccia ed è molto lucente, è spesso unita alla lana ed al cotone per ottenere dei tessuti di qualità superiore. viscosa

La Viscosa e l’alta moda

La stilista Stella McCartney, da sempre molto attenta all’ambiente, in occasione della Climate Week del 2016,ha diffuso il primo video della Deforestation Series. il tema è la distruzione delle foreste e ha l’obiettivo di ridurre l’impatto sull’ambiente creato dall’industria della moda. La viscosa è uno delle fibre più usate dalla stilista e, in generale, dal mondo della moda. Bisogna capire che che, anche se è fatta in modo artificiale, la viscosa ha origine dagli alberi. Seguendo questo principio, Stella McCartney, usa solo viscosa eco-sostenibile e si preoccupa che le foreste della Svezia siano sempre in equilibrio; in questo modo ha sensibilizzato il mondo della moda ed ha posto le basi per una nuova etica di produzione.

Come si lava?

La viscosa si lava di solito a mano in acqua a 30°. È buona norma usare detersivo liquido per capi delicati e lasciarla in ammollo; inoltre è bene evitare di strizzarla o fare manovre che potrebbero rovinare la fibra. In alcuni casi, (leggere sempre le istruzioni sull’etichetta), è possibile lavarla in lavatrice. Il consiglio è quello di usare un sacco per biancheria che proteggerà il capo durante il lavaggio. Una volta finito il lavaggio, tamponare l’acqua in eccesso e asciugare su una superficie piana lontana da fonti di calore e di luce diretta.

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Paolo Carletto

Mi presento, sono Paolo Carletto

Spesso ci si chiede: “Chi c’è dietro ad una azienda? Che faccia ha? – Mi presento, sono Paolo Carletto.

 

Nasco vicino a Milano nel Dicembre del 1964, da una famiglia come tante, dove non mancava niente tranne che il superfluo e quello che c’era era frutto del duro lavoro. Questa è stata la mia prima lezione di vita: Paolo vuoi qualcosa? Rimboccati le maniche e guadagnatelo! Solo così potrai capire il valore delle cose ed avere la giusta cura per esse. Io questa frase me la porto dentro, come un tatuaggio sul cuore, che mi fa apprezzare ciò che la vita mi dà ed avere rispetto per il lavoro. Così, nel 1977 quando mio padre Vittorio decide di cambiare strada e iniziare l’avventura di questa azienda, io passo l’estate a lavorare con lui sulle macchine circolari (probabilmente combinai più guai che cose buone) per guadagnare il necessario per il mio sogno: una moto da cross.

la prima moto di paolo carletto(la mia Aprilia 50)

Io e il mondo del lavoro

Fatti i consueti studi di ragioneria, (in quegli anni o eri ragioniere o eri geometra non c’era verso di fare altro!) mi trovo a dover decidere se andare all’università o  lavorare in ditta; propendo per la seconda opzione, quindi entro ufficialmente nel mondo del lavoro. Erano anni incredibili, tutto era frenetico; tutto era fatto a mano: ordini, schede prodotto, calcoli per le distinte base; la contabilità era affidata alle calcolatrici da tavolo e le statistiche richiedevano giorni e giorni di lavoro e tonnellate di fogli; finché un giorno arrivò lui, una folgorazione! Il computer! Un Olivetti M 20.

paolo carletto m20(La macchina infernale)

Non dico che fu amore a prima vista, anche perché era tutto un: “metti dischetto A, togli dischetto B, rimetti il dischetto A” che rendeva molto macchinoso lavorare, ma alla fine fui colpito dalle “potenzialità” di questo nuovo strumento. Ricordo che passai un bel po’ di giorni e di notti a lavorare con Gianluca, programmatore genovese, che era venuto a Milano in cerca di lavoro e che mi fece da mentore nella selva oscura dell’informatica.

La Naja

Il mio idillio con la macchina infernale è breve; di lì a poco ricevo la fatidica “cartolina” per il servizio di leva e così, mentre Milano vive la nevicata del secolo, io parto per Palmanova del Friuli, ad un tiro di schioppo da Gradisca d’Isonzo, dove mia padre trascorse la sua infanzia; un ritorno alle origini, bene! (Palmanova del Friuli)

Non vi sto nemmeno a raccontare che in quell’anno ne combinai una più di Bertoldo; ho un carattere gioviale ed aperto e la caserma era un teatrino; immaginate di vivere in una farsa. Il nome Paolo Carletto era sempre il primo nella tabella puniti! Quando non pilotavo il carro armato sui greti dei torrenti friulani, il tempo lo passavo ad inventare qualche scherzo da fare. Devo dire che è stato un periodo molto leggero e divertente. Due cose però le ho imparate, in quel mondo di signorsì signore: Essere responsabile di ogni mia azione e risolvere in fretta ogni cosa che mi trovassi ad affrontare, facendo affidamento solo su me stesso. Non potevo immaginare quanto mi sarebbero state utili nel mondo di tutti i giorni e soprattutto nel lavoro che mi stava aspettando.

La famiglia di Paolo

Nel ’91, c’è il primo grande giro di boa nella mia vita; trasferiamo baracca e burattini da Milano ad Angera e mi trovo catapultato in una nuova dimensione sociale e lavorativa. Nuovi spazi, nuove persone, nuovi amici, nuovo ambiente di lavoro. Non ci metto molto ad adattarmi e ben presto mi integro bene nella nuova realtà; così bene che di lì a poco conosco la persona che diventerà prima compagna e poi moglie. Nel 2000 nasce Jacopo e due anni dopo Daniele, detto “Dede”. Loro sono le mie vere gioie, la fonte di energia che non mi fa mai mollare, il motivo per cui ogni giorno mi dico che la vita è bella!

(Jacopo e Daniele)

(In viaggio con i ragazzi)

Le mie Passioni

Paolo cosa ti piace? Mettetevi comodi la lista è lunga! Di passioni ne ho tante, ma quella per le moto ed i motori è forse la più grande. Dopo la mia prima Aprilia 50, una moto non è mai mancata in garage; con gli anni, ho iniziato ad amare le moto “vintage”, (forse perché sono diventato “vintage” anch’io) e mi sono dato al restauro di cimeli rugginosi. Amo le auto inglesi sportive e nel 2005 sono stato il primo e l’unico in Italia a costruirsi una kit car; una lotus 7. Ovviamente in inverno è sempre smontata e in costante evoluzione; diciamo che è un po’ come la tela di Penelope. Il posto d’onore nella lista delle passioni “materiali” va agli orologi; dato che amo essere puntuale, non posso uscire di casa senza un orologio al polso.

(Lotus 7)

(Lotus 7 in pista )

paolo carletto omega(Omega 321 Speedmaster)

Amo fare sport all’aperto, dalle escursioni in montagna alla barca a vela, mentre in inverno non disdegno la palestra e le ciaspolate sulla neve. Di recente ho iniziato a praticare Yoga e devo dire che sta diventando una sana passione, sia per il corpo che per la mente. (Ashtanga Yoga, ve lo consiglio!). Anche la musica riveste un ruolo importante nella mia vita; è la colonna sonora delle mie giornate; dove ci sono io c’è musica! A parte alcuni generi che proprio non capisco,(quelli che ascoltano i miei figli ad esempio) mi piace di tutto: dal Rock al blues per finire con la musica classica che spesso mi accompagna mentre leggo un buon libro.

paolo ciaspole(Il gatto delle nevi)

(In regata sul lago)

Paolo il nomade

“Non c’è uomo più completo di colui che ha viaggiato, che ha cambiato venti volte la forma del suo pensiero e della sua vita”.

(Alphonse de Lamartine)

I viaggi sono una cosa di cui non posso fare a meno, infatti mi reputo un viaggiatore e non un turista; esplorare culture e posti nuovi sono per me una spinta continua, un nutrimento per la mente e per l’anima. In questi anni ho cercato di viaggiare il più possibile, di allontanarmi dal mio letto di piume per mettere i piedi sul granito della terra. L’esperienza più bella e stravolgente l’ho fatta in Africa; per due anni consecutivi ho avuto modo di recarmi nel continente nero a portare farmaci nelle zone più povere o dove c’era stata la guerra. Mali, Burkina Faso, NigerCiad sono i paesi che mi hanno cambiato nel profondo; mi hanno portato a rimettere in discussione il mio modo di vivere, le mie “necessità” a dare il giusto valore alle cose.

paolo tibesti(Deserto del Tibesti – Ciad)

 

(Deserto del Tibesti – Ciad)

I miei progetti

“Il secondo classificato è solo il primo dei perdenti” – Colin Chapman

Questo è il motto che ho fatto mio; sono un animo irrequieto e nonostante lo Yoga la pace interna è ben lungi dal divenire realtà, quindi ho sempre dei progetti a cui dedicarmi. Sul piano del lavoro mi sto impegnando per reinventare la distribuzione che sta passando da quella tradizionale alla vendita online. In questo campo mi sto dedicando a tempo pieno da oltre due anni con dei buoni risultati. Essendo un perfezionista, il lavoro da fare è veramente molto e comprende lo studio delle dinamiche SEO, il marketing digitale, gli algoritmi di Adwords e per finire la semiotica.

Sul piano personale invece, sto prendendo seriamente in considerazione di laurearmi in scienze della comunicazione, visto che non l’ho fatto da giovane, mi piacerebbe farlo adesso. Resta solo da trovare il tempo per incastrare tutto, ma ci sto lavorando!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Vigogna – Vicuña

La Vigogna – Il vello degli Dei

La Vigogna o Vicuña è un camelide che vive sulle Ande, la cui lana era usata dagli Incas per tessere le vesti dei loro re; da qui il soprannome “Vello degli Dei”. Questo popolo, proteggeva e riteneva sacro questo raro animale, che fu quasi sterminato insieme agli Incas, con l’arrivo dei conquistadores spagnoli. Bisogna aspettare fino agli anni ’60/’70 per vedere le prime azioni di tutela e ripopolamento di questo grazioso animale; infatti, a Washington nel 1976, la Vigogna fu inserita come specie a rischio di estinzione e di conseguenza fu tutelata col massimo grado di protezione. Questa azione, promossa dalla convenzione internazionale dell’ONU, pose fine alla mattanza ed allo sfruttamento. Oggi, grazie a queste misure di controllo, questo animale ha raggiunto una popolazione di circa 180.000 capi.Vigogna - Vicuña(Vigogna – Vicuña )

Il Pregio della Vicuña

La Vigogna ha delle qualità a dir poco eccezionali ed uniche in natura; infatti la sua fibra ha un diametro pari a a 12 µm ed è più morbida, sottile e lucente di quella del Cashmere, che arriva a 15 µm. Queste doti, fan sì di ottenere dei tessuti con una mano così soffice, da far sembrare ruvido il Cashmere se messo a confronto. Ecco spiegato perché è definito il Vello degli Dei; i tessuti fatti in questa fibra sono molto caldi e lucenti e sembra quasi che ci sia della seta dentro.

Un altro motivo di pregio è l’esigua quantità di lana di Vigogna che si ottiene da ogni animale, che si attesta sui 250 grammi ogni due anni. Infatti la tosatura della Vicuña può essere fatta solo a mano, con cicli biennali e non più di 5 volte nella vita di ogni esemplare. Questo accorgimento serve per rispettare l’animale e le sue mute naturali.vigogna

Per questo motivo il prezzo della lana grezza sale ad oltre 400 dollari al kg ed arriva a circa 2000 dollari al kg per il filato pronto da tessere. Inutile dire che queste quotazioni la portano nell’olimpo del lusso più estremo.

L’impiego

A causa del prezzo astronomico della Vigogna e della rarità di questa fibra, il suo impiego è relegato ai capi di super lusso, come cappotti e giacche di sartoria e sciarpe. Ci sono solo poche aziende che riescono ad accedere all’acquisto di questa fibra; tra queste ricordiamo Piacenza e Loro Piana. Quest’ultima ha anche avviato una campagna di ripopolamento della Vigogna in accordo col governo peruviano. Infatti è stata creata una riserva privata, intitolata “Reserva Dr. Franco Loro Piana” dove questo animale può vivere allo stato brado, al sicuro dai bracconieri e dallo sfruttamento senza regole. Un bellissimo esempio di eco sostenibilità che arriva dall’Italia!

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Cotone Pima

Il cotone Pima – L’oro del Perù

Il cotone Pima è considerato l’oro del Perù per la sua grande qualità. Questo tipo di cotone prende il nome dalla tribù Pima, un gruppo di indiani d’America che per primi hanno coltivato la pianta negli Stati Uniti, anche se le origini di questo cotone sono in Perù. A differenza del cotone più comune, che è della specie hirsutum Gossypium, il cotone Pima è della varietà Barbadense Gossypium. Oggi si coltiva oltre che in Perù, anche nel sud-ovest degli Stati Uniti ed in Australia.

Le caratteristiche del cotone Pima

Il cotone Pima fa parte dei cotoni a fiocco extralungo (extra long stape); è dotato di naturale lucentezza, resistenza all’usura e al pilling e cosa molto importante, ha una grande capacità di assorbimento; per molti aspetti assomiglia al cotone egiziano ma ha una mano più morbida. Da questo cotone si ottengono tessuti molto soffici e compatti grazie alla qualità della fibra; di conseguenza i capi sono molto longevi, confortevoli e traspiranti. Essendo tuttora coltivato e raccolto a mano, la qualità di questo cotone è superiore alla media. Infatti, in fase di raccolta dei fiocchi, mani esperte eliminano le impurità a vantaggio della purezza delle fibre. La raccolta del cotone Pima è fatta in tre riprese, seguendo la fioritura della pianta. Si comincia dai rami bassi (dove vi sono i fiocchi migliori) e si procede fino ai rami più alti.

cotone pima(Pima)

Il brand americano Supima

Jesse Curlee è il presidente di Supima, acronimo di Superior Pima, il consorzio che unisce i produttori americani del miglior cotone al mondo, il Pima superiore. Supima nel tempo è diventato un vero e proprio marchio, che identifica un cotone molto soffice, di un bianco brillante anche allo stato grezzo, ma super-resistente. Questo cotone è prodotto solo in alcune tenute sparse tra California, Arizona, New Mexico e Texas. Il consorzio Supima ha anche promosso il Supima Award, un premio istituito per trovare nuovi stilisti capaci di valorizzare al meglio questa fibra; lo scopo è quello di dare prestigio ed immagine al brand. Il marchio più famoso legato a questo tipo di cotone è Brooks Brothers, che da sempre lo utilizza per le sue famose camicie, che sono indossate da tutte le celebrity del cinema e della politica, tra cui il presidente Obama.

Il marchio Brooks Brothers è ora di proprietà di Claudio Del Vecchio, figlio di Leonardo, patron di Luxottica, che ha fatto del cotone e delle materie prime, una strategia chiave per diventare un brand globale. Claudio Del Vecchio ha dichiarato che come immagine di brand, il cotone sia non solo lussuoso, ma anche pratico, forte, duraturo: quel qualcosa in più che i consumatori si aspettano.

I filati di cotone Pima

Da una fibra così pregiata e lunga si ottengono filati doppi ritorti che possono essere mercerizzati oppure lasciati a mano naturale a secondo dell’utilizzo previsto. I titoli sono estremamente fini come Ne 100/2, fino al Ne 120/2; in alcuni casi si può arrivare ad un titolo di Ne 180/2 che viene utilizzato per tessuti da camiceria di gran lusso.

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Fibre artificiali

Fibre artificiali – Cosa sono

Le fibre artificiali, derivano da materie prime rinnovabili, come la cellulosa del legno, le proteine del latte (caseina) ed i cascami di cotone (linters); il loro aspetto e le loro qualità sono molto simili alle fibre naturali. Il grande vantaggio di queste fibre, è quello di essere fatte su misura per le esigenze a cui sono destinate. Infatti, si possono avere, a seconda del bisogno, fibre lucide oppure opache; inoltre, possono essere rigide, elastiche, ruvide o molto morbide e per finire, possono essere delicate o molto resistenti.

fibre artificiali - linters(Linters di cotone – Cascami)

Le fibre artificiali, si ottengono grazie a dei reagenti che mutano le fibre naturali di cui sopra. In base al materiale di partenza ed al reagente chimico, si possono avere diversi tipi di fibre. Le fibre artificiali, sono spesso ritenute causa di cattivi odori e di allergie e sono considerate fibre poco confortevoli da indossare; alcuni credono che siano pericolose per la salute e per l’ambiente. Nulla di tutto ciò è vero, anzi: le fibre artificiali, grazie a un continuo sviluppo, sono in grado di prevenire, ridurre o addirittura risolvere questi problemi.

fibre artificiali

La storia

I primi tentativi di creare delle fibre artificiali, risalgono al 1884, quando il conte De Chardonnet riuscì a trasformare un po’ di nitrocellulosa in un filo, usando un processo di estrusione. Questa seta artificiale prende il nome di Rayon ed ebbe subito diversi problemi; primo: era pericolosa, vista l’alta infiammabilità delle fibre ed in seconda battuta, il costo elevato dei processi la rendevano più costosa della seta naturale. Nel 1890 nasce il Rayon cuproammoniacale che è quasi identico alla seta per lucentezza e mano.

In Italia, bisogna aspettare fino al 1920 per vedere la nascita di una industria di seta artificiale. Questo avvenne grazie ad una compagnia di navigazione, la SNIA: “Società di Navigazione Italo Americana”, che si occupava di trasporti marittimi tra Italia e Stati Uniti. Al mutare del mercato dei noli, la SNIA decise di investire nell’attività industriale gli ingenti capitali a disposizione. Tre aziende, la Società Viscosa di Pavia (1920), Italiana Fabbriche Viscosa di Venaria (1920) e Italiana Seta Artificiale di Cesano Maderno (1921) finiscono sotto il controllo della SNIA.

snia - fibre artificiali(stabilimento SNIA a Varedo)

Lo sviluppo

La fase di crescita continuò nel 1925 quando si costruì il nuovo impianto di Torino Stura. Nel 1927 la SNIA Viscosa assume il controllo del Gruppo Seta Artificiale con gli impianti di Varedo e di Magenta. La produzione annua di Rayon, passa dai 500 000 kg nel 1920, per arrivare, durante la crisi del 29, ad oltre 9,5 milioni di kg.

Negli stessi anni l’industria delle fibre artificiali si sviluppò a Châtillon, in Val d’Aosta per usufruire della vicinanza delle centrali elettriche, con impianti anche a Ivrea e a Vercelli (Società Soie de Chattillon); fu creata una fabbrica di acetato a Pallanza, la Rhodiaseta, poi divenuta Rhodiatoce (con brevetti Rhône-Poulenc); a seguire, a Gozzano (Novara) con un impianto con il processo al cuproammonio che usa cellulosa (linters di cotone) della società Bemberg ed infine a Pizzighettone (Cremona) per la produzione di cordene, fibra usata per le tele dei pneumatici.

Quali sono le fibre Artificiali

Fermo restando il fatto che il Rayon è la prima fibra artificiale, negli anni, sulla spinta della eco-sostenibilità, sono state create molte altre fibre artificiali; ecco un elenco di questi nuovi materiali: Bamboo, Lanital, Lyocell, Modal, Viscosa, Soia e Ortica. Tutte queste fibre danno prodotti simili, fatta eccezione per il Lanital che deriva dalle proteine del latte ed è molto simile alla lana con cui condivide molte qualità, quali isolamento, morbidezza e mano; inoltre, è poco gradita dalle tarme. Possiamo quindi dividere le fibre artificiali a secondo della loro origine; Cellulosiche, che derivano dal legno, Proteiche, che derivano dalle proteine del latte e del mais e per finire Alginiche, che derivano dalle alghe.

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Boxer

Boxer – la storia

Il nome del boxer deriva della boxe; (nome inglese del pugilato), che è un antichissimo sport, conosciuto fin dall’antichità. L’uso dei primi calzoncini da boxe risale agli inizi del ‘900 ed erano sostenuti in vita da una cinghia di cuoio. La sua diffusione come capo da intimo, avviene attorno al 1925 grazie ad una azienda americana, la Everlast che produce abbigliamento per pugili e che crea un calzoncino con l’elastico in vita al posto della cintura in cuoio. Il successo di vendita è immediato ma vengono ben presto superati dagli slip che diventano il capo intimo più diffuso.

boxer(boxer)

Negli anni a venire, i boxer, si contendono a fasi alterne il mercato con gli slip; il boom di vendite e popolarità avviene negli anni ’80 grazie ad una pubblicità della Levi’s, dove il modello Nick Kamen, si toglieva i jeans in una lavanderia e rimaneva in boxer ad attendere la fine del lavaggio; il successo di questo spot televisivo dà un grande impulso alle vendite di questo capo. Circa un decennio dopo, negli anni ’90, appare sul mercato il boxer aderente che segue bene il corpo e sostiene quasi come uno slip. Questo nuovo modello si impone tra i giovani che lo esibiscono sotto i jeans a vita bassa. Vengono creati anche dei modelli con la gamba molto corta, detti pari gamba che vestono quasi come uno slip ma esteticamente sono più gradevoli.

I boxer nel cinema

I boxer, sono da sempre protagonisti in moltissimi film; che si tratti di film sul pugilato, tra i più famosi citiamo Rocky, con Sylvester Stallone, dove appaiono nella loro veste più sportiva, o nei film dove l’attore deve rimanere vestito solo con l’intimo, il boxer, è di sicuro un indumento socialmente accettato e di certo più gradevole da vedere rispetto allo slip; come non ricordare, attori del calibro di Jason Statham in “The transporter” oppure Ryan Reynolds in “Deadpool” che appaiono in diverse scene indossando solo questo indumento. Nemmeno i vari interpreti di 007 si sottraggono all’uso di questo capo, da Sean Connery a Daniel Craig, l’uso del boxer è sempre presente nelle scene.

boxer(Ryan Reynolds nel film Deadpool)

(Jason Sthatham nel film The transporter)

Come è fatto

Il boxer, può essere fatto usando un tessuto ortogonale (tela), oppure in maglia. Questi ultimi possono essere elasticizzati e quindi aderenti, oppure con un taglio morbido. In entrambi i casi, hanno un elastico in vita abbastanza alto, che distribuisce la pressione in modo uniforme, senza dare fastidio. In alcuni modelli l’elastico può essere a vista, in altri invece, ricoperto col tessuto di cui è fatto il capo. Questa scelta può essere di natura estetica, oppure per rendere il capo anallergico; è ovvio che in questo caso il boxer deve essere fatto in cotone. I boxer in tela di solito hanno degli spacchetti sulle gambe per renderli più comodi.

La nostra produzione

La nostra produzione è abbastanza articolata e comprende tutte le tipologie di boxer. Partiamo da quelli in tela di cotone che noi realizziamo con l’elastico della vita aperto e allacciato con due bottoni per la massima comodità; ovviamente non possono mancare i classici spacchetti sulle gambe che sono fondamentali per una corretta vestibilità, le cuciture sono piatte e ribattute per garantire confort e durata. Ci sono poi quelli fatti in jersey di filo di Scozia che hanno un taglio morbido e sono molto comodi ed adatti anche per dormire grazie alla freschezza ed alla naturale elasticità del tessuto; per finire non potevano mancare i boxer in cotone elasticizzato che seguono in modo perfetto le forme del corpo e offrono il massimo sostegno. I boxer elasticizzati, sono ideali anche per fare sport.

Altre risorse

Wikipedia

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Mutanda lunga

La mutanda lunga – Le origini

Non è facile avere notizie sulle origini della mutanda lunga; infatti, bisogna tornare indietro fino al V secolo a.C. per trovare qualcosa che assomigli a questo capo. I persiani infatti, indossavano le anaxyrides, una sorta di brache lunghe che erano usate sotto una tunica. Questa sorta di indumento è in voga per molti secoli, a fasi alterne, che si dividono tra l’uso esterno e l’intimo. Verso la fine dell’ VIII secolo ci sono tracce dell’uso delle brache, che sono sempre più aderenti e spesso con una suola sotto il piede, per svolgere la funzione di calzature. Nel medio evo e nelle epoche successive, l’uomo continua a far uso di questi indumenti, che sono arricchiti con imbottiture e colori vivaci.

storia dell'intimo mutande lunghe(anaxyrides)

Lo sviluppo

È nel XVII secolo che le mutande lunghe iniziano ad avere la forma attuale; si abbandona l’uso come calzamaglia esterna, tipica del medio evo, per prendere una connotazione più legata all’intimo. Nonostante questo cambio però, le mutande lunghe non hanno un grande successo e bisogna aspettare fino al XVIII secolo affinché la loro diffusione abbia inizio. In quest’epoca, si usano quasi sempre come indumento per la notte e sono fatte in cotone oppure in lana. Verso il 1800 diventano di uso comune negli Stati Uniti, grazie anche al Movimento della riforma dell’abbigliamento, che in epoca Vittoriana, proponeva indumenti più comodi e pratici. Molto spesso le mutande lunghe erano unite ad una maglia a maniche lunghe, in ciò che in America definivano “Union Suits”

mutande lunghe(Union suits)

Le mutande lunghe si diffondono in Europa agli inizi del ‘900; le classi operaie le usano per ripararsi dal freddo e per dormire; sono usate anche dai militari; infatti, i soldati le usano come protezione da indossare sotto la divisa. Nei due conflitti mondiali del ‘900, si assiste ad un largo impiego di questi mutandoni fra le truppe dei vari eserciti.

Le mutande lunghe nel cinema

Questo capo è spesso usato nel cinema, specialmente nei film storici o western, dove è facile vedere il protagonista indossare i classici mutandoni. In Italia sono apparsi nei famosi film con Bud Spencer e Terence Hill; tra i vari titoli ricordiamo “Lo chiamavano Trinità“. Un altro film in cui sono indossati è: “Scusi dov’è il west?”  dove un giovanissimo Harrison ford ne fa sfoggio insieme a Gene Wilder. Le mutande lunghe sono senza dubbio l’elemento che ricorda l’epoca western.

(Harrison Ford e Gene Wilder)

La mutanda lunga ai giorni nostri

Ai giorni nostri questo capo è usato soprattutto per fare attività sportiva o da chi va in moto anche in inverno. La loro forma non è cambiata di molto, mentre il materiale con cui sono fatte è stato sviluppato in diverse opzioni. Questo, dà modo di soddisfare ogni tipo di esigenza, grazie a pesi e fibre differenti, che offrono calore, praticità d’uso e in alcuni casi, anche una capacità anallergica.

Le nostre creazioni

Dal 1977, anno della nostra nascita, noi produciamo questo indumento classico, che non deve mancare nell’intimo da uomo. Ovviamente, vista la politica della nostra azienda, che è volta alla massima qualità ed al lusso delle fibre naturali più pregiate e preziose, la nostra produzione di mutande lunghe è fatta su diversi tipi di materiale. Si va dalla pura lana Merino, alla lana e seta, alla pura seta e per i più esigenti il cashmere e seta.

Per chi ha problemi di allergia, ma non vuole rinunciare al calore della lana, abbiamo fatto la mutanda lunga in lana e cotone. Si tratta di un tessuto doppio, che ha il cotone sulla pelle e la lana all’esterno; in questo modo vengono superati i problemi che può dare la lana sulla pelle. Anche i nostri modelli sono studiati per il massimo confort; cuciture piatte per non dare fastidio, fasce elastiche alla caviglia per una vestibilità perfetta ed elastico in vita regolabile grazie a 3 bottoni, per ogni esigenza.